L’Arte del Quesito: perché l’Avvocato è il vero motore dell’IA Giuridica

Nella nuova era della giustizia digitale, l’efficacia di un’intelligenza artificiale non dipende più dalla potenza del suo algoritmo, ma dalla capacità del professionista di formulare il quesito corretto
Nella nuova era della giustizia digitale, l’efficacia di un’intelligenza artificiale non dipende più dalla potenza del suo algoritmo, ma dalla capacità del professionista di formulare il quesito corretto. Scrivere un “prompt” efficace — ovvero l’istruzione o la domanda posta alla macchina — è diventato il nuovo confine della competenza forense, ma questa sfida non è di natura informatica, bensì squisitamente giuridica. Per l’avvocato moderno, imparare a “parlare” con la tecnologia non è un mero esercizio tecnico, ma un atto di strategia difensiva indispensabile per acquisire un vantaggio competitivo e tutelarsi dai rischi deontologici.

L’importanza del dato – l’input determina l’output

L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale negli studi legali italiani è ormai una realtà consolidata che risponde a una richiesta crescente di precisione e velocità. I numeri confermano questa trasformazione: secondo il “2025 Generative AI in Professional Services Report” di Thomson Reuters, ben il 77% dei professionisti legali utilizza già l’IA generativa per la revisione dei documenti. Tuttavia, a fronte di questa diffusione, i dati del Rapporto Censis 2025 evidenziano che attualmente solo il 27,5% degli avvocati italiani utilizza l’IA nelle proprie attività professionali quotidiane, segno di un percorso di adozione ancora in evoluzione. Nell’utilizzo di IA generaliste (come ChatGPT), la letteratura tecnica suggerisce alcune “buone prassi” per ottenere risultati accettabili: utilizzare un linguaggio esplicito, fornire contesti dettagliati e definire obiettivi chiari. È diventato comune consigliare agli avvocati di “istruire” la macchina definendo il ruolo che deve assumere (es. “agisci come un esperto di diritto societario”), l’azione da compiere e persino il tono di voce. Queste tecniche mirano a mitigare il rischio di risposte inconferenti o errate, spingendo il professionista ad acquisire una pratica sempre più raffinata nella scrittura di istruzioni puntuali.

Il paradosso del prompt: la sfida culturale del giurista

Nonostante l’utilità di queste tecniche, l’avvocato si scontra spesso con un limite intrinseco alla propria formazione. Per sua natura, il giurista possiede una cultura umanistica e del diritto basata sulla sfumatura, sull’interpretazione logica e sull’argomentazione complessa. Questa forma mentis può non avere un’immediata dimestichezza con la rigidità “ingegneristica” richiesta dai sistemi di IA tradizionali. Il risultato è spesso frustrante: output non perfettamente centrati che costringono il legale a estenuanti e numerose interazioni successive (il cosiddetto “affinamento del prompt”) per arrivare a un risultato professionale accettabile. Sorge quindi una riflessione necessaria: è davvero opportuno che l’avvocato si trasformi in un ingegnere del prompt, snaturando il proprio linguaggio per adattarsi alla logica binaria di una macchina generalista? Come sottolineato dalla Fondazione Italiana per l’Innovazione Forense, “l’intelligenza artificiale, per quanto potente, non è in grado di sostituire la capacità tipicamente professionale di interpretare, verificare e innovare sul piano del pensiero giuridico”. Sarebbe dunque più corretto che siano gli strumenti a evolvere, intendendo il prompt non come un comando tecnico, ma come una vera e propria domanda giuridica in linguaggio naturale. Ci si è mai soffermati a pensare che siamo bersagliati costantemente da contenuti e articoli che ci consigliano di imparare a scrivere prompt articolati perché ciò che ci deve fornire le risposte ha bisogno di trovare la soluzione proprio nella nostra domanda? Se ci confrontassimo con uno strumento edotto esclusivamente sui contenuti giuridici, questo sarebbe in grado di fornire risposte senza richiedere all’avvocato di definire dettagli superflui sul ruolo o sul tono di voce. Uno strumento specializzato dovrebbe saper “leggere tra le righe” del linguaggio forense, poiché addestrato su quel medesimo dominio di conoscenza.

Il panorama delle soluzioni: differenze nel mercato italiano

Le soluzioni di IA legale oggi disponibili sul mercato italiano presentano approcci profondamente diversi nella gestione del prompt. Le IA generiche operano spesso come “scatole nere” (black box), dove i processi di ragionamento sono opachi e privi di ancoraggio a fonti certificate. In questi sistemi, l’avvocato è “abbandonato al prompt”: se la domanda non è perfetta, il rischio di “allucinazioni” (invenzione di sentenze o norme inesistenti) è elevatissimo. Le soluzioni verticali applicano i propri assistenti AI (di derivazione generica o generalista) solo su “sottoinsiemi” della banca dati giuridica. Ciò per reale indisponibilità di contenuti o per limitare i costi di utilizzo dei modelli di AI, limitando in questo modo la profondità della ricerca e imponendo spesso tetti massimi al numero di interazioni. Le soluzioni realmente specializzate si distinguono invece per un approccio differente, incarnato in un dominio di conoscenza completo (Banca Dati giuridica) e da piattaforme innovative d’eccellenza, dove l’esperienza interattiva consente all’avvocato di definire con semplicità tutte le variabili del testo senza dover acquisire nozioni ingegneristiche.

La domanda giuridica come centro del sistema

In questo scenario, una soluzione avanzata (come quella offerta da Lextel AI) trasforma radicalmente il rapporto con la macchina. Qui, il prompt smette di essere prompt e diventa una vera e propria domanda di natura giuridica. Grazie alla tecnologia di Natural Language Processing (NLP), il sistema “parla la lingua dell’avvocato”, comprendendo il contesto semantico e il significato profondo del quesito. Questa caratteristica, unita ad una Banca Dati giuridica completa di tutte le fonti, consente dapprima un approccio più umanistico all’utilizzo del servizio e poi è in grado di condurre ricerche legali anche molto approfondite senza il pericolo derivante dal reperimento di informazioni al di fuori della banca dati stessa. A differenza di soluzioni ritenute pragmatiche (e spesso poco precise), questo assistente AI, per quanto utilizzi un approccio probabilistico nella generazione delle risposte, lavora su un patrimonio documentale ampio, certo, con legami tra fonti (citazioni e correlazioni) che gli consentono di generare risposte o output di pertinenza e qualità nettamente superiore alla media. Gli output di questo assistente, inoltre, seguono il pilastro fondamentale per l’utilizzo sicuro dell’intelligenza artificiale negli studi legali, vale a dire il concetto di “Human in the Loop”. Si ha modo di ottenere relazioni strutturate, link diretti alle fonti originali e report di ragionamento che esplicitano i pilastri giuridici e le pronunce di legittimità che hanno guidato la stesura e che permettono al legale di appurare immediatamente l’attendibilità. Questo approccio garantisce la prevalenza del lavoro intellettuale del professionista, come richiesto dall’Articolo 13 della Legge 23 settembre 2025, n. 132, assicurando che l’IA rimanga un supporto strumentale e mai un sostituto della riflessione critica. Non dobbiamo mai dimenticare che l’output di un AI è algoritmico ed è il risultato di un calcolo probabilistico privo di reale capacità critica o intuizione giuridica. Affidarsi acriticamente alla macchina espone il legale al rischio di allucinazioni — come giurisprudenza fittizia o citazioni inventate — di cui l’avvocato rimane l’unico responsabile verso il cliente e i tribunali.

Conclusione: L’Avvocato come Direttore d’Orchestra digitale

Solo l’avvocato possiede la sensibilità necessaria per cogliere le sfumature di un orientamento giurisprudenziale o la pertinenza di una massima rispetto a un’altra. L’uso dell’IA non sminuisce il ruolo del giurista, ma lo eleva: egli non è uno spettatore passivo, ma il decisore che guida la tecnologia attraverso quesiti intrisi di dottrina e pratica. In definitiva, se lo strumento è progettato per comprendere il diritto, la qualità della risposta dipenderà esclusivamente dalla qualità del pensiero che l’ha generata. Per questo motivo, possiamo affermare con certezza che l’Avvocato è il legal prompt engineer per eccellenza e i sistemi di AI specializzati non possono non tenerne conto. È la sua capacità di formulare la domanda corretta, astraendo il principio di diritto dal fatto concreto, a trasformare l’algoritmo in un collaboratore infallibile capace di raddoppiare le possibilità di successo. E voi, colleghi, come state approcciando la scrittura dei vostri prompt? Avete già riscontrato come un quesito posto con linguaggio naturale e tecnico possa cambiare radicalmente la pertinenza dell’output rispetto alle IA generaliste? Vi aspettiamo nei commenti per discutere insieme di come la “domanda giusta” stia ridefinendo il nostro modo di fare ricerca.
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